Collana di letteratura comparata diretta da Stefano Manferlotti
  Stefano Manferlotti (a cura di), La scrittura e il volto. Figurazioni fisiognomiche in letteratura.  

Scienza vera o pseudoscienza, arte divinatoria o gioco d’azzardo, calcolo statistico o metodo intuitivo, la fisiognomica attraversa da sempre la letteratura, ponendo l’enigma del volto al centro della scrittura e della sua decifrazione. I saggi raccolti in questo volume, che partono da una felice pluralità di prospettive e di metodi, offrono un importante contributo per una prima ridefinizione sovranazionale di un tema così ricco di fascino. Dal volto di Dioniso a quello di Tadzio, dalle rimodulazioni secentesche del canone petrarchesco in autori anch’essi classici come Quevedo e Shakespeare alle riscritture del personaggio di Dante nella letteratura contemporanea, dalle ardue simbologie del postmoderno alle inedite sur-faces delle culture postcoloniali, si compone davanti agli occhi del lettore una mappa densissima di corrispondenze e di rapporti, in un discorso critico che coinvolge temi cruciali della rappresentazione come il doppio, il ritratto, lo specchio.

 

  Antonio Gargano e Marisa Squillante (a cura di), Il viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo.  

Il tema del viaggio è strettamente legato a quello dell’opera d’arte, al suo continuo fluire e modificarsi. Ogni testo è il risultato di un viaggio: il viaggio dell’autore verso il testo e quello del testo verso il profondo della propria legge costitutiva; e poi il viaggio di ogni lettore nel testo e del testo nella realtà o nella storia. L'itinerario del poeta, assimilabile a quello del navigante travolto nel suo esistere dall'impatto con un immenso mare, attiva figurazioni governate e alimentate dall’idea di un inesausto migrare verso una Terra promessa  sempre sognata e mai attingibile. Ogni approdo diviene, così, punto di partenza per un nuovo viaggio in una dialettica continua tra sosta e movimento.
I saggi raccolti nel presente volume tracciano una mappa del tema odeporico lungo una linea di continuità che dal Trinummus plautino arriva alle calviniane Città invisibili e alla stessa fine dei viaggi presente in tanta letteratura novecentesca.

 
 
  Claudia Corti e Maria Grazia Messina (a cura di), Poesia come pittura nel Romanticismo inglese.  

Ogni periodo storico ha il proprio «occhio», cioè un proprio modo di guardare e di guardarsi. Lo sguardo dei poeti e degli artisti romantici inglesi ama indugiare sui paesaggi, tanto quelli familiari, britannici e continentali, quanto quelli lontani e misteriosi dell’oriente in corso di colonizzazione. Ma lo stesso «occhio» romantico ama anche osservare le prospettive dei nuovi, spaziosi teatri di fine Settecento e primo Ottocento, soprattutto per catturare forme e lineamenti degli attori, che funzionano sulla scena come «ritratti». Ed è proprio il ritratto a proporsi come zona di interferenza tra rappresentazione visiva e scrittura letteraria. Questo volume analizza, per la prima volta, i procedimenti compositivi intercorrenti tra testi letterari e opere pittoriche nel Romanticismo inglese, in generi quali autobiografia e autoritratto, poesia descrittiva e pittura di paesaggio, letteratura drammatica e produzione pittorica, critica teatrale e critica d’arte, poesia e pittura orientaliste, libri di modelli con didascalie letterarie.

 
 
  Piero Boitani, Esodi e Odissee.  

Cosa hanno a che vedere Atene e Gerusalemme? si chiedeva Tertulliano. Cosa hanno in comune Omero e Mosè? Nulla, sembrerebbe. Eppure, Esodo: ritorno alla Terra Promessa. Odissea: ritorno a casa. Questo libro esplora alcuni episodi dell’intreccio che gli archetipi dell’erranza disegnano nella nostra immaginazione; e affronta le domande storiche, esistenziali, etiche e poetiche che il loro incontro pone. Dall’Irlanda, dove Joyce e gli scrittori più recenti cantano un Ulisse ebraico, vira verso le odissee di Calvino; l’ultimo viaggio in Brasile; il Dio cristiano che Ulisse invoca in Dallapiccola. Discute le riScritture: Tournier e Fondane, che ricreano il secondo libro della Bibbia; e, tramite la Genesi e i Vangeli, Tommaso e Piero l’Aratore, Mann e Saramago, Dostoevskij e Shakespeare. Esodo e odissea divengono i cammini che il critico inquieto compie attraverso la letteratura.

 
 
  Francesco Ghelli, Viaggio nel regno dell'inconscio. Letteratura e droga da De Quincey ai giorni nostri.  

Da De Quincey a Baudelaire, da Artaud a Huxley, fino a Michaux e Burroughs, la droga è un tema fondamentale per molti scrittori degli ultimi due secoli. Ai giorni nostri questa tradizione si confonde con il mito un po’ usurato dell’artista trasgressivo, della rockstar che nella droga cerca l’ispirazione o l’oblio. In realtà, proprio nella tradizione letteraria si trovano alcune radici di quella complessa costruzione culturale che si nasconde dietro l’odierna idea di droga come di una sostanza estranea, minacciosa ma anche seducente. È un’idea così radicata da resistere a tutti gli approcci più «scientifici» o «oggettivi», tant’è che molti degli odierni discorsi sulla droga appaiono la riedizione sbiadita di quanto scrisse Baudelaire nei Paradisi artificiali. In letteratura l’e-sperienza della droga è stata l’occasione privilegiata per il rovesciamento della razionalità dominante, per l’emergere dell’inconscio, del «regno dell’illogico». Di questo universo letterario il saggio di Francesco Ghelli indaga a fondo tutto quanto va a costituirlo: la regressione infantile, l’esplorazione della follia, l’estasi mistica, la vertigine allucinatoria, la dilatazione del tempo e dello spazio, il delirio interpretativo, le meta-morfosi grottesche. Dai sogni dei Romantici fino alle realtà virtuali del cyberpunk, la rappresentazione della droga ci permette di osservare le sottili trasformazioni dell’immaginario moderno e postmoderno.

 
 
  Francesco de Cristofaro, Zoo di romanzi. Balzac, Manzoni, Dickens e altri bestiari.  

Che il romanzo «canonico» dell'Ottocento non costituisca solo la forma tipica della rappresentazione realistica e «seria», ma anche un territorio attraversato da forti impulsi visionari, è un dato acquisito da tempo nel dibattito critico. Nessuno però prima d'ora aveva indagato in profondità, prendendo a campione alcuni tra i più imponenti universi narrativi della tradizione occidentale, la consistenza e le molteplici declinazioni di quel particolare oltraggio alla mimesis che è lo zoomorfismo. Perché mai le cattedrali costruite, mattone su mattone, da Honoré de Balzac e da Charles Dickens esibiscono sulla loro superficie tante figure animali e animalesche? Che genere di rapporti intrattengono quelle scritture con i paradigmi scientifici e con le arti figurative? Quanto incidono, nella selezione dei campi immaginari della bestialità, l'oscuro rimosso dell'«altro» coloniale, l'esperienza della "animalomanie" rivoluzionaria, il culto per gli animali domestici? Infine, è possibile fondare una teoria - o quantomeno un metodo - per un'interpretazione ´sistematica` dello zoomorfismo?
Nel ripercorrere una miriade di opere in cui quell'immaginario esplode oppure viene progressivamente censurato (come nel processo genetico che va dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi), il bestiario definito in queste pagine ricerca risposte oltre le semplici ragioni formali e storico-culturali, restituendo infine tre «mondi» di invenzione» - tre zoo di romanzi - abitati da ossessioni d'autore, da stili ´infetti`, da sconcertanti anamorfosi.

 
  Francesca Montesperelli, Flussi e scintille. L'immaginario elettromagnetico nella letteratura dell'Ottocento.  

A fine '700, da alcune zone in ombra  del razionalismo illuminsta, affiora una ricca costellazione di teorie e pratiche mediche connesse sia alla tradizione alchemica e misteriosofica che alle receni scoperte nel campo dell'elettricità e del magnetismo. Un eccentrico medico viennese, Franz Anton Mesmer, inaugura una prassi terapeutica basata sull'ipotesi che un'immensa marea di fluidi elettrici e magnetici, permeando l'universo, stabilisca eterei contatti fra gli individui e apra inusitati canali di trasmissione fra il corpo e la mente. I controversi successi ottenuti da Mesmer e la popolarità degli spettacolari esperimenti di Volta e Galvani lasciano un'impronta indelebile nella cultura del tempo, e forniscono all'immaginario romantico un'inesauribile fonte di suggestioni, rendendo "scientificamente" comprovabile una dimensione prodigiosa in cui coabitano scienza e magia, spiritismo ed elettricità. Da questo strano connubio nasce un particolare tipo di fantastico, qui descrito e definito come "elettro-mesmerico".

 
  Elvira Godono, La città nella letteratura postmoderna.  

Dalla Dublino di Joyce, fino all’inquietante metropoli postmoderna, la città si propone come vero personaggio letterario. Le strade di Kerouac conducono alla Los Angeles androide di Dick e alla New York labirintica di Auster. L’immenso panottico descritto da Orwell riflette la sua ombra nella Londra violenta di Burgess, multietnica in Rushdie e Kureishi, tossicomane (come la Berlino di Christiane F.) in Welsh, apocalittica in Amis. Dall’underground londinese si va ai treni in cui si addormenta l’Oriente di Banana Yoshimoto, cyber in Akira Mishima. La città meticcia di Amado e García Márquez ha invece il profumo delle piantagioni di cacao e la solitudine degli occhi dei meniños de rua. Ancora underdogs nell’infernale Bronx napoletano di Lanzetta e nella Roma grottesca e surreale di Benni. L’Avant Pop di Sterling ed altri, infine, sovrappone alla città reale una città virtuale di hackers, in un orizzonte digitale fascinoso ma incontrollabile e infinito